La carenza di vitamina D viene spesso spiegata in modo troppo semplice: poco sole, poca vitamina D. In realtà, il valore della 25(OH)D nasce dall’interazione di molti fattori e persone apparentemente simili possono avere livelli molto diversi.
Esposizione agli UVB, stagione, pigmentazione cutanea, età, quantità di tessuto adiposo, capacità di assorbimento, farmaci e caratteristiche individuali possono agire insieme. In alcuni casi basta un solo fattore importante; più spesso è la loro somma a spostare progressivamente il livello verso il basso.[1][2][10]
Capire chi è più a rischio serve quindi soprattutto a riconoscere quando ha senso prestare maggiore attenzione alla vitamina D. Appartenere a una categoria a rischio, però, non significa automaticamente essere carenti: il dato reale resta la concentrazione di 25(OH)D nel sangue.
Aggiornato il 07 Ottobre 2026
Indice:
Chi è più a rischio di carenza di vitamina D
Non esiste una singola categoria di persone destinate ad avere la vitamina D bassa. Esistono però condizioni che rendono più probabile produrne meno, assorbirne meno o mantenere concentrazioni di 25(OH)D inferiori.
Tra i fattori più importanti troviamo una ridotta esposizione agli UVB, la stagione invernale, una maggiore pigmentazione cutanea, l’età avanzata, l’obesità, alcune condizioni di malassorbimento, la chirurgia bariatrica e alcuni farmaci. Anche gravidanza, ambiente e caratteristiche genetiche possono contribuire a modificare il rischio.[1][2][3][4][5][6][7][8][9][10]
Questo non significa che una persona anziana, con pelle scura o con obesità sia automaticamente carente. Significa che la probabilità di trovare un valore basso cambia in base al contesto e che la stessa esposizione al sole o la stessa alimentazione possono produrre risultati diversi da persona a persona.
Quando i fattori si sommano
Il modo più utile di ragionare è evitare il modello “una causa → un risultato”.
Una persona può vivere in una zona molto soleggiata ma trascorrere quasi tutta la giornata al chiuso. Un’altra può stare spesso all’aperto ma avere una pigmentazione cutanea maggiore, essere anziana o assumere farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D. Un’altra ancora può combinare obesità, poca esposizione solare e malassorbimento.
Le interazioni tra genetica, ambiente e comportamento contribuiscono a spiegare perché due persone con uno stile di vita apparentemente simile possano mostrare livelli molto diversi di 25(OH)D.[10]
Per questo appartenere a una categoria di rischio non sostituisce la misurazione: indica piuttosto quando può essere più sensato chiedersi quale sia realmente il proprio livello.
Poco sole, inverno e vita al chiuso
Per la maggior parte delle persone la principale fonte di vitamina D non è il cibo, ma la sintesi cutanea stimolata dai raggi UVB. È quindi intuitivo che ridurre l’esposizione solare possa aumentare la probabilità di avere valori più bassi, ma nella vita reale il rapporto è meno semplice di quanto sembri.[1]
Contano la stagione, la latitudine, l’ora del giorno, la quantità di pelle esposta, il tempo trascorso all’aperto e numerose caratteristiche individuali. Per questo anche in paesi con molte ore di sole l’ipovitaminosi D può essere frequente: avere il sole disponibile non significa necessariamente esporsi nelle condizioni che permettono una sintesi significativa.[1][2]
Perché l’inverno conta anche in Italia
L’intensità degli UVB che raggiungono la superficie terrestre cambia durante l’anno. Nei mesi freddi, soprattutto alle latitudini più elevate, l’angolo con cui i raggi solari attraversano l’atmosfera riduce la componente UVB utile alla produzione cutanea di vitamina D.[1][2]
A questo si aggiungono fattori molto concreti: giornate più corte, più tempo trascorso in ambienti chiusi e una superficie cutanea generalmente inferiore esposta alla luce.
Il risultato è una dinamica stagionale abbastanza prevedibile: la 25(OH)D tende a crescere nei periodi di maggiore esposizione e a diminuire durante i mesi invernali, anche se ampiezza e velocità della variazione sono molto individuali.
Stare all’aperto non significa automaticamente produrre abbastanza vitamina D
Non tutte le esposizioni alla luce sono equivalenti.
La radiazione UVB varia con orario, stagione, condizioni atmosferiche e latitudine. Anche abbigliamento e quantità di pelle scoperta modificano la superficie disponibile per la sintesi; inoltre la luce che attraversa i normali vetri non equivale all’esposizione diretta agli UVB.[1]
Anche i filtri solari riducono la quota di UVB che raggiunge la pelle e, se applicati nelle condizioni sperimentali previste, possono diminuire la sintesi cutanea di vitamina D. Nella vita reale, però, l’effetto sui livelli di 25(OH)D appare molto più contenuto e variabile, anche perché quantità applicata, superficie coperta e modalità d’uso differiscono dalle condizioni ideali di laboratorio.[12]
Questo non rappresenta un motivo per rinunciare alla fotoprotezione.
Per questo una persona può trascorrere parte della giornata in un ufficio luminosissimo vicino a una finestra e produrre comunque pochissima vitamina D attraverso quella luce.
Non serve però trasformare questa informazione nella ricerca ossessiva di minuti di sole prestabiliti. Il tempo necessario varia troppo in base a stagione, pigmentazione, luogo e caratteristiche individuali perché una formula universale sia realmente utile.
Pelle più pigmentata: perché cambia la risposta agli UVB
La melanina protegge la pelle assorbendo parte della radiazione ultravioletta. Questo significa che, a parità di esposizione, una pelle più pigmentata tende a produrre vitamina D con minore efficienza rispetto a una pelle più chiara.
La relazione, però, non è abbastanza semplice da trasformare il fototipo in una formula del tipo “servono due, tre o cinque volte più minuti di sole”. Gli studi sperimentali mostrano differenze nella risposta agli UVB, ma anche una notevole variabilità tra individui e protocolli.[3]
Per questo il fototipo va considerato come uno dei fattori che modificano il rischio, non come una diagnosi. Una persona con pelle scura che vive all’aperto può avere livelli migliori di una persona con pelle chiara che trascorre quasi tutta la giornata in ambienti chiusi.
Il punto utile è soprattutto pratico: quando una maggiore pigmentazione si combina con inverno, vita indoor, abbigliamento coprente o altri fattori predisponenti, la probabilità di trovare una 25(OH)D bassa può aumentare.
Età avanzata: meno sintesi, meno esposizione, più fattori insieme
Con l’età aumenta la probabilità di avere livelli bassi di vitamina D. Le meta-analisi mostrano una prevalenza elevata di deficit nella popolazione anziana, ma anche qui sarebbe riduttivo cercare una sola spiegazione.[4]
La pelle anziana ha una capacità inferiore di produrre vitamina D in risposta agli UVB. A questo possono aggiungersi minore tempo trascorso all’aperto, abbigliamento più coprente, riduzione dell’attività fisica, alimentazione meno varia, malattie croniche e farmaci.[1][4]
In altre parole, l’età è importante proprio perché tende a far convergere più fattori nello stesso individuo.
Una persona anziana autonoma, attiva e frequentemente esposta alla luce naturale non è equivalente a una persona della stessa età che trascorre gran parte della giornata in casa o in una struttura assistenziale. L’età aumenta il rischio, ma è il contesto a determinare quanto quel rischio diventi concreto.
Anche in questo caso non serve concludere automaticamente che “dopo una certa età bisogna integrare”. Il passaggio corretto è riconoscere che la probabilità di avere valori bassi aumenta e che, quando il quadro lo giustifica, conoscere la 25(OH)D diventa più informativo che affidarsi soltanto all’età anagrafica.
Obesità e maggiore adiposità
L’obesità è associata con una probabilità più alta di avere livelli bassi di 25(OH)D. In una meta-analisi, la prevalenza di deficit risultava maggiore nei soggetti con obesità rispetto ai normopeso.[5]
Il meccanismo, però, non va ridotto alla formula semplicistica secondo cui “la vitamina D resta intrappolata nel grasso”. La distribuzione nei tessuti adiposi può contribuire, ma entrano in gioco anche volume di distribuzione, abitudini, esposizione solare e altri fattori metabolici.
Per questo obesità e vitamina D bassa sono fortemente associate, ma non sono la stessa cosa e il rapporto non è spiegato da una sola causa.
Malassorbimento e chirurgia bariatrica
Un conto è produrre poca vitamina D attraverso la pelle; un altro è assorbirne o metabolizzarne meno.
Condizioni come celiachia, malattie infiammatorie intestinali, intestino corto, fibrosi cistica e altre sindromi da malassorbimento sono associate a una maggiore frequenza di carenza di vitamina D.[6]
In questi casi il problema può dipendere non solo dall’apporto, ma dalla capacità dell’intestino di assorbire correttamente nutrienti liposolubili e dal contesto nutrizionale complessivo.
Dopo chirurgia bariatrica il rischio cambia
La chirurgia bariatrica merita un discorso separato. Prima dell’intervento, l’obesità stessa può associarsi a valori più bassi; dopo l’intervento, alcune procedure aggiungono riduzione dell’introito, modifiche digestive e possibili problemi di assorbimento.[7]
Per questo chi ha affrontato una procedura bariatrica può richiedere una gestione della vitamina D diversa da quella di una persona con semplice ridotta esposizione solare.
Farmaci e condizioni cliniche che meritano attenzione
Anche alcuni farmaci possono influenzare lo stato della vitamina D modificandone assorbimento, metabolismo o degradazione.
La letteratura descrive associazioni soprattutto con alcune categorie di antiepilettici, corticosteroidi e altri farmaci capaci di interferire con il metabolismo della vitamina D, anche se meccanismi ed entità dell’effetto variano molto tra molecole e popolazioni.[8]
La vitamina D attraversa infatti diverse tappe enzimatiche: viene 25-idrossilata principalmente nel fegato tramite enzimi come CYP2R1, successivamente attivata soprattutto a livello renale dalla 1α-idrossilasi CYP27B1 e infine catabolizzata attraverso vie che coinvolgono enzimi come CYP24A1. Alcuni farmaci possono modificare queste vie o aumentare la degradazione dei metaboliti della vitamina D.
Questo significa che non ha senso costruire una lista infinita di farmaci “che causano carenza”. Il punto utile è un altro: se una persona assume a lungo farmaci noti per interferire con il metabolismo della vitamina D, quel dato entra nel quadro complessivo di rischio.
Lo stesso vale per alcune condizioni croniche: non perché ogni patologia produca automaticamente un deficit, ma perché malattia, ridotta esposizione, farmaci, alimentazione e assorbimento possono sommarsi nello stesso individuo.
Gravidanza: rischio frequente, ma non uguale per tutte
La vitamina D bassa è frequente anche durante la gravidanza. Una recente revisione sistematica con meta-analisi ha riportato una prevalenza elevata di ipovitaminosi D nelle donne in gravidanza, pur con grandi differenze tra popolazioni, aree geografiche e criteri utilizzati.[9]
La gravidanza, quindi, non va interpretata come sinonimo di carenza, ma come una fase nella quale fabbisogno, esposizione, dieta, pigmentazione e condizioni individuali meritano maggiore attenzione.
Anche qui il contesto conta più dell’etichetta: due donne incinte possono avere livelli molto diversi in base a stagione, stile di vita, alimentazione e caratteristiche personali.
Genetica, ambiente e perché due persone simili possono avere valori diversi
A questo punto diventa evidente perché la vitamina D non può essere letta con un modello troppo semplice.
La produzione cutanea, il trasporto, il metabolismo e la disponibilità della vitamina D dipendono anche da varianti genetiche e dalla loro interazione con ambiente ed esposizione solare.[10]
Questo aiuta a spiegare perché due persone della stessa età, con abitudini apparentemente simili e che vivono nella stessa città possano mostrare valori diversi di 25(OH)D.
Per HealthyWay questo è un punto importante: nei sistemi biologici complessi, l’effetto finale nasce spesso dalla somma e dall’interazione di molte variabili. Cercare sempre una sola causa rischia di far perdere proprio ciò che conta di più.
La genetica non è un destino e non rende inutile intervenire su ambiente o comportamento. Significa semplicemente che la stessa esposizione non produce necessariamente la stessa risposta in tutti.
Quando ha senso controllare la 25(OH)D
Avere uno o più fattori di rischio non significa automaticamente dover fare analisi continue, ma aumenta la ragionevolezza di chiedersi quale sia il proprio livello reale.
Le linee guida più recenti sono prudenti sullo screening routinario della popolazione sana e non raccomandano di misurare indiscriminatamente la 25(OH)D a tutti.[11]
Questo non cancella però il fatto che più fattori predisponenti presenti contemporaneamente rendono più plausibile un valore basso. Nella pratica, il dato diventa particolarmente interessante quando si combinano poca esposizione solare, età, adiposità, malassorbimento, farmaci o altre condizioni che modificano il metabolismo della vitamina D.
Il dosaggio della 25(OH)D serve proprio a passare dal rischio teorico al dato individuale.
Conclusioni
Il rischio di carenza di vitamina D non dipende da una sola causa. Esposizione solare, stagione, pigmentazione, età, adiposità, assorbimento, farmaci, gravidanza e genetica possono sommarsi e modificare la probabilità di avere una 25(OH)D bassa.
Per questo le categorie di rischio servono a orientare l’attenzione, non a sostituire il dato individuale. Quando il contesto lo rende sensato, misurare la 25(OH)D permette di capire se un rischio teorico si è tradotto davvero in un valore basso.
Cambia il tuo percorso.
Il team di HealthyWay
Domande frequenti sul rischio di carenza di vitamina D
❓ Domande frequenti — clicca per mostrare/nascondere
Chi ha la pelle scura è sempre a rischio di carenza di vitamina D?
No. Una maggiore pigmentazione può ridurre l’efficienza della sintesi cutanea a parità di esposizione agli UVB, ma il rischio reale dipende anche da stagione, tempo trascorso all’aperto, abitudini e altri fattori individuali.[3]
L’obesità può abbassare la vitamina D?
L’obesità è associata a una maggiore prevalenza di valori bassi di 25(OH)D, ma il rapporto è multifattoriale e non dipende da un solo meccanismo.[5]
Gli anziani hanno più rischio di carenza?
Sì, il rischio aumenta con l’età per la minore capacità cutanea di produrre vitamina D e per la frequente presenza di altri fattori come minore esposizione solare, malattie croniche e farmaci.[1][4]
Quali farmaci possono interferire con la vitamina D?
Alcuni antiepilettici, corticosteroidi e altri farmaci possono modificare metabolismo o disponibilità della vitamina D. L’effetto varia però in base alla molecola, alla dose, alla durata della terapia e al contesto individuale.[8]
In gravidanza è comune avere vitamina D bassa?
Sì, diversi studi mostrano una prevalenza elevata di ipovitaminosi D in gravidanza, ma il rischio varia molto tra popolazioni e dipende da esposizione solare, dieta, pigmentazione e altri fattori individuali.[9]







