I grassi idrogenati (o grassi trans) sono grassi ottenuti da oli vegetali attraverso l’idrogenazione, un processo industriale che li rende più stabili e solidi a temperatura ambiente[1]. Per anni sono stati considerati una soluzione perfetta per prolungare la freschezza dei prodotti confezionati, ma le evidenze scientifiche hanno mostrato un impatto molto negativo sulla salute cardiometabolica[1,4].
Oggi sappiamo che un consumo regolare anche di piccole quantità di grassi idrogenati industriali può aumentare colesterolo LDL, infiammazione sistemica e resistenza insulinica[1,2,3]. Ecco perché è fondamentale imparare a riconoscerli nelle etichette alimentari, capire dove si trovano e scegliere alternative più sane nella vita di tutti i giorni.
Aggiornato il 28/10/2025
Indice:
Cosa sono i grassi idrogenati?
I grassi idrogenati si ottengono quando un olio vegetale viene trattato con idrogeno ad alte temperature in presenza di un catalizzatore metallico (come nichel o platino)[1]. Questo processo rende gli oli più stabili e solidi a temperatura ambiente, migliorando la conservazione degli alimenti confezionati.
La trasformazione coinvolge la modifica della struttura chimica degli acidi grassi: i loro doppi legami passano dalla forma naturale cis alla forma trans (acidi grassi trans)[1].
Il problema? Il nostro organismo non riconosce questa configurazione e non possiede sistemi metabolici specifici per smaltirla correttamente[1]. Ne deriva un impatto negativo su cuore, metabolismo e vasi sanguigni.
Grassi trans naturali vs industriali
Non tutti gli acidi grassi trans sono uguali. Esiste una distinzione fondamentale tra quelli prodotti in maniera industriale attraverso l’idrogenazione e quelli presenti in natura, denominati trans ruminanti, che si formano negli stomaci dei ruminanti come bovini e pecore durante la digestione dei foraggi[2].
I grassi trans ruminanti sono presenti in modeste quantità in carne bovina, latticini come burro e formaggi stagionati. Diversi studi indicano che il loro impatto metabolico risulta significativamente inferiore rispetto ai grassi trans industriali — ma ciò non significa che possano essere consumati in quantità elevate o senza criteri[2].
Le sostanze idrogenate industriali, invece, sono state correlate a un aumento del rischio cardiometabolico, e sono state oggetto di restrizioni normative proprio per il loro effetto avverso a lungo termine[4].

Dove si trovano oggi i grassi idrogenati?
I grassi idrogenati compaiono soprattutto in prodotti industriali dove servono stabilità, texture e lunga conservazione. In UE l’uso è stato drasticamente ridotto, ma piccole quantità possono ancora essere presenti in alcuni alimenti, soprattutto importati o da ristorazione rapida[4,7,9].
Alimenti in cui puoi ancora trovarli
- biscotti e prodotti da forno confezionati
- merendine, glasse e farciture
- crackers e snack salati
- margarine e grassi spalmabili per uso professionale
- fritti industriali e fast food (oli per frittura riutilizzati)
- piatti pronti/congelati e panificati a lunga conservazione
Come riconoscerli in etichetta
Cerca indicazioni come:
- “oli/grassi vegetali idrogenati” o “parzialmente idrogenati”
- “shortening”, “vegetable shortening”
- “margarina” (verifica la composizione)
Ricorda: la normativa tutela il consumatore, ma micro-quantità possono non emergere chiaramente se rientrano in ingredienti composti o in catene di fornitura internazionali[4,8,9].
I principali danni per la salute
I grassi idrogenati sono associati a diversi meccanismi di danno, alcuni già ben documentati e altri in via di approfondimento. Vediamo i più rilevanti.
- Aumento del colesterolo LDL e riduzione del colesterolo HDL: l’assunzione di acidi grassi trans industriali porta a un innalzamento significativo del colesterolo LDL (“cattivo”) e a una riduzione dell’HDL (“buono”), peggiorando il rapporto LDL/HDL e aumentando il rischio di aterosclerosi[1].
- Infiammazione sistemica: le evidenze mostrano che i grassi trans possono attivare percorsi infiammatori, contribuendo allo sviluppo di malattie croniche quali diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari[1,3].
- Obesità e distribuzione del grasso corporeo: studi suggeriscono che un elevato consumo di grassi trans è correlato con aumento di peso e accumulo di grasso soprattutto addominale, fattore di rischio metabolico aggiuntivo[1].
- Resistenza all’insulina e diabete tipo 2: l’eccessivo apporto di grassi idrogenati può compromettere la sensibilità cellulare all’insulina, favorendo la comparsa di insulino-resistenza e successivamente diabete tipo 2[1,3].
- Danno ai vasi sanguigni e ipertensione: tramite alterazioni lipidiche, infiammazione e ridotta elasticità vascolare, l’assunzione di grassi trans può contribuire all’aumento della pressione arteriosa e al danneggiamento endoteliale.
- Impatto sul fegato: il carico metabolico dei grassi idrogenati può promuovere condizioni come la steatosi epatica non alcolica (NAFLD), condizione che spesso precede disturbi più gravi del fegato.
Cosa dice la legge: limiti e regolamenti in UE
In Unione Europea è in vigore un limite legale ai grassi trans industriali (quelli diversi da quelli presenti naturalmente nei grassi di origine animale): massimo 2 g per 100 g di grasso negli alimenti destinati al consumatore finale e alla fornitura al dettaglio[4] (Regolamento (UE) 2019/649, applicabile dal 2021).
In pratica, questo significa che prodotti confezionati, ingredienti per la ristorazione e alimenti venduti al pubblico non possono superare il 2% di grassi trans rispetto al contenuto totale di grasso. Il limite non riguarda i grassi trans che si trovano naturalmente nei grassi di ruminanti (es. burro, formaggi), presenti di norma in quantità modeste[2,4].
Per le forniture B2B (non destinate direttamente al consumatore o al retail), quando un ingrediente supera il limite, l’operatore deve informare il cliente professionale sul contenuto di grassi trans, così da consentire scelte conformi a valle della filiera (obbligo di informazione nella catena di fornitura). Questa misura, unita alle linee guida internazionali, ha contribuito a ridurre drasticamente l’esposizione ai grassi trans in Europa[4].
Come evitarli e cosa scegliere al loro posto
Ridurre i grassi idrogenati dalla dieta richiede attenzione e pochi accorgimenti pratici. Ecco una checklist utile per diventare consumatore consapevole.
Checklist pratica
- Leggi l’etichetta: evita prodotti con “oli/grassi vegetali idrogenati” o “parzialmente idrogenati”.
- Privilegia alimenti freschi e non ultraconfezionati.
- Sostituisci snack industriali con frutta secca, semi o popcorn fatti in casa.
- Controlla la margarina: prediligi versioni senza grassi idrogenati oppure usa burro o miscele vegetali non idrogenate.
Conclusione
Evitare i grassi idrogenati è una scelta concreta per proteggere la salute del cuore, del metabolismo e dei vasi sanguigni[1,4]. La normativa europea riduce il rischio di esposizione, ma piccole quantità possono ancora nascondersi nei prodotti confezionati o importati: per questo la lettura attenta delle etichette e la preferenza per cibi freschi restano abitudini fondamentali.
Ogni scelta quotidiana può fare la differenza: più consapevolezza oggi, più salute domani.
Cambia il tuo percorso.
Il team di HealthyWay
Domande frequenti sui grassi idrogenati
I grassi idrogenati sono vietati in Italia?
Non completamente: esiste un limite legale ai grassi trans industriali pari a 2 g per 100 g di grasso negli alimenti destinati al consumatore finale[4].
Quali alimenti li contengono ancora?
Soprattutto prodotti confezionati, snack e talvolta preparazioni da fast food. Controlla termini come “idrogenato” o “parzialmente idrogenato” in etichetta.
Sono più dannosi dello zucchero?
Agiscono in modo diverso: i grassi idrogenati incidono soprattutto su colesterolo, vasi sanguigni e infiammazione. Ridurre entrambi è una scelta salutare.
Posso consumare alimenti con grassi trans naturali?
Sono presenti in piccole quantità nei latticini e nella carne bovina. L’impatto è minore rispetto ai grassi trans industriali, ma serve comunque moderazione[2].






