Composizione di alimenti con carne rossa, salmone, uova, formaggio, frutta secca e semi su taglieri di legno.

TMAO: quando un biomarcatore diventa un falso colpevole

Il TMAO è stato associato alle malattie cardiovascolari, alimentando dubbi su carne, uova e altri alimenti animali. Ma il rapporto tra metabolismo e rischio è più complesso: studi genetici, funzione renale e nuove revisioni scientifiche mettono in discussione la causalità e l'utilità clinica di questo biomarcatore.

Il TMAO, o trimetilammina N-ossido, è diventato uno dei protagonisti del dibattito sul rapporto tra microbiota intestinale, alimentazione e rischio cardiovascolare.

La teoria sembrava convincente: alcuni alimenti, soprattutto carne e uova, forniscono sostanze che i batteri intestinali possono trasformare in precursori del TMAO. Studi sperimentali hanno suggerito un coinvolgimento di questa molecola nell’aterosclerosi, mentre quelli osservazionali hanno associato concentrazioni elevate a un maggior rischio cardiovascolare.[1][2][3]

Da qui è nata una conclusione molto più ambiziosa: se un alimento aumenta il TMAO, potrebbe essere dannoso per il cuore.

Ma una sequenza biologicamente plausibile non equivale a una relazione causale dimostrata.

Le ricerche successive hanno evidenziato una realtà più complessa. La concentrazione di TMAO dipende dal microbiota, dal metabolismo individuale, dall’alimentazione e dalla funzione renale. Inoltre, il pesce può aumentarne notevolmente i livelli, mettendo in difficoltà qualsiasi interpretazione semplicistica del rapporto fra TMAO e rischio alimentare.[5][6][10]

Il punto non è negare l’interesse scientifico del TMAO, ma capire che cosa misuri realmente e quali conclusioni possiamo legittimamente trarne.

Il TMAO è associato al rischio cardiovascolare, ma non è dimostrato che ridurne i livelli prevenga gli eventi clinici, né che un alimento sia dannoso perché ne aumenta la concentrazione.

Aggiornato il 14 ottobre 2026



Cos’è il TMAO e da cosa dipendono i suoi livelli

Il TMAO è una piccola molecola contenente azoto, presente naturalmente nell’organismo e in alcuni alimenti. La sua concentrazione nel sangue deriva dall’equilibrio fra ciò che viene introdotto con la dieta, ciò che viene prodotto attraverso il metabolismo e ciò che i reni riescono a eliminare.

Non è quindi corretto considerarlo semplicemente un prodotto del consumo di carne. La sua fisiologia coinvolge diversi processi, ciascuno dei quali può modificare il risultato finale.

Colina, carnitina e microbiota intestinale

La formazione endogena del TMAO comincia spesso nell’intestino, dove determinati microrganismi metabolizzano composti contenenti gruppi trimetilamminici, fra cui colina, fosfatidilcolina e L-carnitina, producendo trimetilammina (TMA).[1][3]

Queste sostanze non sono scarti metabolici da evitare.

La colina è un nutriente essenziale, necessario per la struttura delle membrane cellulari, la sintesi dell’acetilcolina e diversi processi del metabolismo lipidico. La carnitina partecipa invece al trasporto degli acidi grassi a lunga catena nei mitocondri, rendendone possibile l’utilizzo energetico.

La loro partecipazione alla formazione del TMAO non annulla queste funzioni fisiologiche.

Inoltre, la produzione intestinale di TMA varia considerevolmente tra individui. Due persone possono consumare alimenti simili e sviluppare risposte metaboliche differenti, perché differiscono nella composizione e nell’attività del microbiota.[6]

Il fegato trasforma la TMA, i reni eliminano il TMAO

Dopo l’assorbimento intestinale, la TMA raggiunge il fegato, dove viene ossidata principalmente dall’enzima FMO3, formando TMAO.

Una parte del TMAO circolante può arrivare direttamente dagli alimenti, particolarmente da alcuni prodotti ittici, senza richiedere questa conversione batterica.

Il TMAO viene poi eliminato prevalentemente attraverso i reni. Quando la funzione renale diminuisce, la sua concentrazione può aumentare anche indipendentemente da un incremento della produzione intestinale.[5]

Questo aspetto è decisivo nell’interpretazione degli studi cardiovascolari: una concentrazione elevata può riflettere condizioni metaboliche e fisiologiche diverse, non necessariamente un’unica esposizione alimentare.

Misurare il TMAO significa osservare il risultato di più processi biologici, non identificare automaticamente la causa del rischio cardiovascolare.


Diagramma del percorso metabolico del TMAO: colina e carnitina sono trasformate dal microbiota intestinale in TMA, convertita dal fegato tramite FMO3 in TMAO ed eliminata dai reni.
Il TMAO deriva dall’interazione tra precursori alimentari, microbiota intestinale, conversione epatica tramite FMO3 ed eliminazione renale.

Perché il TMAO è stato associato alle malattie cardiovascolari

L’interesse per il TMAO nasce da risultati sperimentali che meritano di essere presi sul serio.

Nel 2011, Wang e colleghi individuarono un’associazione tra alcuni metaboliti derivati dalla fosfatidilcolina, tra cui il TMAO, e il rischio cardiovascolare. Negli animali predisposti all’aterosclerosi, la supplementazione con colina o TMAO favoriva inoltre la formazione di lesioni aterosclerotiche.[1]

Studi successivi collegarono il metabolismo intestinale della fosfatidilcolina e della carnitina alla produzione di TMAO, documentando associazioni con eventi cardiovascolari in popolazioni cliniche.[2][3]

Una molecola biologicamente attiva, non necessariamente innocua

Le osservazioni non si limitavano alle correlazioni statistiche.

Nei modelli sperimentali sono stati descritti effetti sul metabolismo del colesterolo, sull’accumulo lipidico nei macrofagi e sulla formazione delle cellule schiumose coinvolte nell’aterosclerosi.

Nel 2016, Zhu e colleghi mostrarono inoltre che il TMAO poteva aumentare la reattività delle piastrine, favorendo la formazione di trombi in modelli animali. Il meccanismo coinvolgeva una maggiore mobilizzazione del calcio intracellulare nelle piastrine stimolate.[4]

Esiste quindi un razionale biologico per considerare il TMAO un possibile mediatore del rischio cardiovascolare. Liquidare questi risultati come privi di significato sarebbe scorretto.

Ma gli effetti osservati in condizioni sperimentali non stabiliscono automaticamente quale sia il contributo causale del TMAO nell’essere umano, alle concentrazioni e nelle condizioni della vita quotidiana.

È proprio questo passaggio, dalla plausibilità biologica alla responsabilità clinica, che richiede una verifica indipendente.


Associazione o causalità? Il passaggio controverso

Per anni, concentrazioni elevate di TMAO sono state associate a infarto, ictus, mortalità e altre condizioni cardiovascolari. Il problema non è negare queste osservazioni, ma comprenderne il significato.

Un biomarcatore può accompagnare una malattia senza essere la causa che la produce. Può riflettere alterazioni metaboliche, una funzione d’organo compromessa o fattori di rischio condivisi.

Il ruolo della funzione renale

La funzione renale rappresenta un confondente particolarmente importante. Il TMAO viene eliminato principalmente attraverso i reni: una ridotta capacità di filtrazione può aumentarne la concentrazione circolante.

Poiché la compromissione renale è a sua volta associata a un maggior rischio cardiovascolare, distinguere questi effetti diventa essenziale.[5]

Questo non significa che tutte le associazioni scompaiano correggendo per la funzione renale. Significa che un valore elevato può avere spiegazioni diverse, con implicazioni cliniche profondamente differenti.

Gli studi genetici e le associazioni che non si confermano

Nel 2024, uno studio su 7.834 partecipanti appartenenti a cinque coorti olandesi non ha trovato un’associazione significativa tra TMAO circolante e rischio cardiovascolare.

Gli autori hanno inoltre utilizzato la randomizzazione mendeliana, un approccio che sfrutta varianti genetiche per indagare possibili relazioni causali. Anche questa analisi non ha fornito evidenze a favore di un effetto causale del TMAO sul rischio cardiovascolare.[6]

È un risultato rilevante, ma non una dimostrazione definitiva di assenza di causalità: gli studi genetici dipendono dalla qualità degli strumenti disponibili e dalla loro capacità di identificare gli effetti ricercati.

D’altra parte, lo studio MESA pubblicato nel 2025 ha seguito 6.767 adulti inizialmente senza malattia cardiovascolare aterosclerotica clinica, rilevando un’associazione tra TMAO ed eventi cardiovascolari successivi.

Nel quintile con concentrazioni più elevate, il rischio relativo aggiustato risultava superiore di circa il 33% rispetto al quintile più basso, con un hazard ratio di 1,33.[7]

Questi risultati impediscono sia di considerare dimostrata la causalità sia di dichiarare definitivamente smentita ogni associazione.

Le revisioni più recenti ridimensionano l’ipotesi iniziale

Nel 2025, un’umbrella review delle revisioni sistematiche e meta-analisi disponibili ha identificato importanti debolezze metodologiche, confondimento residuo e una fiducia complessivamente molto bassa nelle evidenze sintetizzate.[8]

Una successiva analisi pubblicata nel settembre 2026 ha esaminato 120 pubblicazioni. Nelle 34 coorti considerate, l’associazione aggregata tra TMAO ed eventi cardiovascolari e cerebrovascolari corrispondeva a un hazard ratio di 1,20.

Dopo una correzione statistica per il possibile bias di pubblicazione, la stima si riduceva a 1,10, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 1,03 e 1,17. L’associazione stimata rimaneva quindi positiva, ma sensibilmente più modesta.[9]

Gli autori hanno concluso che le associazioni precedentemente riportate erano probabilmente sovrastimate e che le evidenze non sostenevano il TMAO come fattore causale o marcatore clinico affidabile.

È una conclusione importante, da leggere considerando l’eterogeneità degli studi e i limiti delle correzioni statistiche. Inoltre, le revisioni del 2025 e 2026 condividono sostanzialmente lo stesso gruppo di autori e non rappresentano due conferme pienamente indipendenti.

La nostra interpretazione è netta: la plausibilità di un meccanismo non basta per attribuire al TMAO un ruolo causale clinicamente dimostrato, né per trasformarlo in un indicatore autonomo sul quale fondare decisioni alimentari.

Il TMAO può essere associato al rischio cardiovascolare senza esserne necessariamente una causa. Le evidenze più recenti ridimensionano la forza e l'affidabilità clinica di questa associazione.

Il paradosso del pesce: quando il TMAO racconta soltanto una parte della storia

Se un aumento del TMAO fosse sufficiente per identificare un alimento dannoso per il cuore, il pesce rappresenterebbe un problema difficile da spiegare.

Alcune specie ittiche contengono infatti quantità rilevanti di TMAO già formato, che può essere assorbito direttamente dopo il consumo, senza richiedere la trasformazione dei precursori da parte del microbiota intestinale.

Nel 2017, Cho e colleghi pubblicarono uno studio crossover randomizzato su 40 uomini sani, confrontando la risposta metabolica a pasti contenenti pesce, carne bovina, uova e frutta come controllo.[10]

Il pesce aumenta il TMAO molto più di carne e uova

I risultati furono sorprendenti: dopo il pesce, le concentrazioni di TMAO nel sangue e nelle urine risultarono da 46 a 62 volte superiori rispetto agli altri pasti.

L’aumento plasmatico iniziava già entro 15 minuti, coerentemente con l’assorbimento del TMAO presente direttamente nell’alimento.

Lo studio rilevò anche differenze nella risposta individuale a uova e carne, associate alle caratteristiche del microbiota intestinale.

Il consumo di pesce poteva quindi produrre una risposta del TMAO enormemente superiore rispetto agli alimenti spesso indicati come principali responsabili del problema.

Questo esperimento non dimostra che il TMAO sia innocuo: misurava risposte metaboliche acute, non infarti, ictus o progressione dell’aterosclerosi.

Mostra però quanto sia fragile utilizzare un aumento postprandiale del TMAO come indicatore diretto della pericolosità cardiovascolare di un alimento.

È una distinzione fondamentale: un biomarcatore può rispondere intensamente a un pasto senza descriverne l’effetto complessivo sulla salute.


Carne, uova, colina e carnitina: cosa possiamo realmente concludere?

La controversia sul TMAO ha spesso trasformato due nutrienti fisiologicamente importanti, colina e carnitina, in argomenti contro il consumo di alimenti animali.

Il ragionamento sembra lineare: alcuni batteri intestinali possono utilizzare questi composti per produrre TMA, successivamente convertita in TMAO. Se il TMAO è associato al rischio cardiovascolare, ridurre gli alimenti che ne forniscono i precursori potrebbe apparire una scelta protettiva.[3]

Ma questo ragionamento confonde una possibilità metabolica con un effetto clinico dimostrato.

Un nutriente non coincide con il metabolita che può generare

La colina contribuisce alla struttura delle membrane cellulari, alla neurotrasmissione e al metabolismo dei gruppi metilici. La carnitina svolge funzioni fondamentali nel trasporto mitocondriale degli acidi grassi.

La loro presenza nella dieta non determina automaticamente quanto TMAO verrà prodotto.

L’attività del microbiota, le quantità assunte, la composizione del pasto e le caratteristiche individuali possono modificare la risposta metabolica. Lo studio di popolazione pubblicato nel 2024 da Andreu-Sánchez e colleghi ha documentato associazioni differenti tra alimenti e metaboliti, inclusa quella tra pesce e TMAO e tra carne e carnitina.[6]

Inoltre, colina e carnitina non sono equivalenti dal punto di vista nutrizionale: la prima è un nutriente essenziale, mentre la seconda viene normalmente sintetizzata dall’organismo.

Il rischio cardiovascolare si valuta sugli esiti, non su un singolo passaggio biochimico

Un alimento contiene numerose sostanze e può influenzare contemporaneamente metabolismo lipidico, pressione arteriosa, glicemia, sazietà e altri processi fisiologici.

Per stabilirne le implicazioni cardiovascolari bisogna considerare qualità dell’alimento, quantità, preparazione, contesto dietetico, caratteristiche individuali e soprattutto evidenze relative agli esiti clinici.

Questo vale per la carne rossa come per le uova e il pesce: il mancato riconoscimento di una causalità clinica del TMAO non dimostra automaticamente che ogni consumo alimentare sia privo di rischi.

Allo stesso modo, un’associazione fra TMAO ed eventi cardiovascolari non dimostra che eliminare carne o uova attraverso quel meccanismo prevenga infarti o ictus.

La posizione HealthyWay è quindi chiara: la valutazione degli alimenti deve partire dalla fisiologia e confrontarsi con gli esiti clinici, senza trasformare singoli metaboliti in verdetti nutrizionali.


Abbassare il TMAO serve davvero a proteggere il cuore?

Se il TMAO contribuisse direttamente allo sviluppo delle malattie cardiovascolari, ridurne la produzione o la concentrazione potrebbe rappresentare un obiettivo terapeutico interessante.

È un’ipotesi legittima. Diversi approcci sperimentali hanno studiato la possibilità di intervenire sui microrganismi intestinali responsabili della produzione di TMA, modificare l’alimentazione o interferire con specifici passaggi metabolici.

Ma esiste una differenza decisiva fra ridurre un metabolita nel sangue e dimostrare una riduzione di infarti, ictus o mortalità cardiovascolare.

Modificare il biomarcatore non significa modificare il rischio

Un intervento può diminuire la concentrazione di TMAO senza necessariamente influenzare il processo patologico che vorremmo prevenire.

Le revisioni più recenti invitano proprio a distinguere l’associazione epidemiologica dall’effettiva utilità clinica di considerare il TMAO un bersaglio terapeutico.[8][9]

Non disponiamo di prove cliniche sufficienti per affermare che abbassare selettivamente il TMAO riduca gli eventi cardiovascolari.

Anche le strategie rivolte al microbiota, comprese modifiche alimentari e interventi con probiotici, non possono essere considerate trattamenti cardiovascolari validati sulla base della sola capacità di influenzare questo metabolita.

Questo non esclude che alcune possano avere benefici attraverso altri meccanismi. Significa che tali benefici devono essere valutati con evidenze proprie, senza attribuirli automaticamente alla riduzione del TMAO.

Ha senso misurare il TMAO nella pratica clinica?

Allo stato attuale, il TMAO non dispone di un valore soglia universalmente validato per guidare la prevenzione cardiovascolare nella popolazione generale.

La sua interpretazione dipende anche dalla funzione renale, dall’alimentazione recente e dalla variabilità individuale.

Un risultato isolato non permette quindi di stabilire se una persona debba modificare la dieta o intraprendere un trattamento per prevenire eventi cardiovascolari.

La valutazione del rischio dovrebbe privilegiare fattori e strumenti con una maggiore validazione clinica, considerando il contesto individuale e senza trascurare gli elementi metabolici e cardiovascolari effettivamente rilevanti.

Ridurre il TMAO non è un obiettivo terapeutico cardiovascolare clinicamente validato. Un valore più basso non equivale, di per sé, a un cuore più protetto.

Conclusioni

La ricerca sul TMAO ha aperto prospettive importanti sul rapporto tra microbiota, metabolismo e salute cardiovascolare. Ha individuato meccanismi biologici plausibili e associazioni epidemiologiche che meritano attenzione.

Ma ha anche mostrato quanto sia difficile attribuire a un singolo metabolita un ruolo causale indipendente.

Gli studi genetici, l’influenza della funzione renale, il paradosso del pesce e le revisioni più recenti impongono una lettura molto più prudente rispetto alla teoria iniziale.

Non abbiamo prove sufficienti per considerare il TMAO una causa cardiovascolare clinicamente accertata, né per utilizzare la sua produzione come criterio di giudizio sulla salubrità di carne, uova o pesce.

Questo non rende automaticamente innocui tutti gli alimenti o irrilevante ogni meccanismo sperimentale. Riporta semplicemente ogni evidenza al proprio significato.

Per HealthyWay, la prevenzione cardiovascolare richiede di valutare la persona, il suo metabolismo e gli esiti clinici, evitando di trasformare correlazioni biochimiche in prescrizioni alimentari.

La fisiologia deve aiutarci a comprendere la salute, non a semplificarla fino a perderne il significato.


Cambia il tuo percorso.

Il team di HealthyWay



Domande frequenti sul TMAO

❓ Domande frequenti — clicca per mostrare/nascondere

Avere il TMAO alto significa avere un rischio cardiovascolare maggiore?
Concentrazioni elevate sono associate a maggior rischio in diversi studi, ma l’associazione non dimostra causalità. Funzione renale, alimentazione e altre caratteristiche individuali possono influenzare il risultato.

Perché il pesce può aumentare così tanto il TMAO?
Alcuni pesci contengono TMAO già formato, direttamente assorbibile. L’aumento dopo un pasto può quindi essere molto marcato, senza che questo permetta di dedurre il rischio cardiovascolare complessivo dell’alimento.

Mangiare carne e uova aumenta necessariamente il TMAO?
Non necessariamente nella stessa misura per tutti. Colina e carnitina possono contribuire alla sua formazione, ma la risposta dipende anche dal microbiota, dal metabolismo individuale e dalla funzione renale.

Esiste un valore normale o ottimale del TMAO nel sangue?
Non esiste una soglia universalmente validata per orientare le decisioni di prevenzione cardiovascolare nella popolazione generale. Il risultato isolato non sostituisce una valutazione clinica complessiva.

Probiotici o cambiamenti alimentari possono abbassare il TMAO e proteggere il cuore?
Alcuni interventi possono modificare la produzione o la concentrazione del TMAO, ma non è dimostrato che una sua riduzione selettiva prevenga infarti o ictus. Gli eventuali benefici vanno valutati indipendentemente da questo biomarcatore.

📚 Mostra/Nascondi bibliografia scientifica

  1. Wang Z, Klipfell E, Bennett BJ, et al. Gut flora metabolism of phosphatidylcholine promotes cardiovascular disease. Nature. 2011;472(7341):57–63. [Link]
  2. Tang WHW, Wang Z, Levison BS, et al. Intestinal microbial metabolism of phosphatidylcholine and cardiovascular risk. N Engl J Med. 2013;368(17):1575–1584. [Link]
  3. Koeth RA, Wang Z, Levison BS, et al. Intestinal microbiota metabolism of L-carnitine, a nutrient in red meat, promotes atherosclerosis. Nat Med. 2013;19(5):576–585. [Link]
  4. Zhu W, Gregory JC, Org E, et al. Gut Microbial Metabolite TMAO Enhances Platelet Hyperreactivity and Thrombosis Risk. Cell. 2016;165(1):111–124. [Link]
  5. Zeng Y, Guo M, Fang X, et al. Gut Microbiota-Derived Trimethylamine N-Oxide and Kidney Function: A Systematic Review and Meta-Analysis. Adv Nutr. 2021;12(4):1286–1304. [Link]
  6. Andreu-Sánchez S, Ahmad S, Kurilshikov A, et al. Unraveling interindividual variation of trimethylamine N-oxide and its precursors at the population level. iMeta. 2024;3(3):e183. [Link]
  7. Budoff MJ, de Oliveira Otto MC, Li XS, et al. Trimethylamine-N-oxide (TMAO) and risk of incident cardiovascular events in the multi ethnic study of Atherosclerosis. Sci Rep. 2025;15:23362. [Link]
  8. Obeid R, Mohr L, White BA, et al. Circulating trimethylamine N-oxide and cardiovascular, cerebral, and renal diseases including mortality: Umbrella review of published systematic reviews and meta-analyses. Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2025;35(8):103908. [Link]
  9. Obeid R, Mohr L, White BA, et al. Trimethylamine N-oxide and major adverse cardiac and cerebrovascular events: results of umbrella review and meta-analysis. Nutr Metab (Lond). 2026;23:108. [Link]
  10. Cho CE, Taesuwan S, Malysheva OV, et al. Trimethylamine-N-oxide (TMAO) response to animal source foods varies among healthy young men and is influenced by their gut microbiota composition: A randomized controlled trial. Mol Nutr Food Res. 2017;61(1):1600324. [Link]

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